Lavorare come freelance presenta indubbiamente alcuni vantaggi:
- essere il capo di se stesse;
- avere orari (più o meno) flessibili.
Quando ufficio e casa coincidono, possiamo aggiungere alla lista anche
- la riduzione a zero dei tempi per raggiungere il posto di lavoro, il che ci risparmia lunghe code imbottigliate nel traffico, o, in alternativa il dover correre a prendere treni o autobus cronicamente in ritardo e superaffollati;
- la possibilità di starserne davanti al pc in tuta e scarpe da ginnastica, senza un filo di trucco e con i capelli non proprio impeccabilmente pettinati (sì; lo so, l’immagine è agghiacciante, ma giuro che cerco di essere presentabile).
Purtroppo, però, gli svantaggi sono di più. Potrei fare una lista infinita, ma non è necessario perché sono tutti riconducibili al dio di tutte le difficoltà: essere prese sul serio.
Se poi per lavoro scrivi (o traduci, che poi è più meno la stessa cosa di scrivere) le difficoltà aumentano e spesso nella testa delle persone che mi circondano leggo:
Ma perché è un lavoro scrivere? Sì; e poi ancora sì.
É stata proprio Wonderland, con questo suo
post, a spingermi a raccontare la mia esperienza. Perché lavorare come freelance e essere presa sul serio si può. Tra mille difficoltà, ma si può. Anche se l’unica possibilità è farlo da casa perché non ci si può permettere un ufficio o perché si vive in un posto in cui l’office sharing ha la stessa possibilità di esistere di un UFO.
Ho ricominciato a lavorare quando figlia professionista aveva tre mesi e all’inizio la mia giornata tipo era più o meno quella che descrive Wonderland. Poi, però, vuoi per la rabbia, vuoi per spirito di sopravvivenza, ho messo le cose in chiaro, guadagnandomi spazio e rispetto.
Mi sono decisa a iscrivere la bimba al
nido, tra sensi di colpa e voglia di lasciare il lavoro, e le cose pian piano sono migliorate. Dalle 8.30 alle 13.00 io lavoro, cascasse il mondo, lavoro. E lavoro anche nel pomeriggio, durante il sonnellino di figlia professionista.
Quando accendo il pc, che si trova in una zona "riservata" del soggiorno, il resto del mondo lo lascio fuori. Se, per esempio, mio marito mi chiama per chiedermi:
Cara, puoi chiamare l'idraulico? Rispondo:
Non posso sono in ufficio. Se mi telefona mia madre perché vuole illustrarmi l’ultima ricetta della torta alle pere rispondo:
Non posso parlare adesso, sono in ufficio. E sono in ufficio anche se il cesto della biancheria deborda; se il pavimento della cucina è sporco; se manca il pane. Tutte queste cose le rimando al tardo pomeriggio, alla sera, o a quelle giornate in cui il lavoro scarseggia.
Certo, quando invece le cartelle da redazionare o tradurre aumentano, e le circa 6/7 ore al giorno che in genere dedico al lavoro non mi bastano, oppure se la bimba si ammala, le cose si complicano notevolmente, ma con un po’ di organizzazione, tanta pazienza e qualche inevitabile momento di nervosismo, ci si riesce.
Il punto, penso, è che per risultare credibili agli altri, dobbiamo crederci soprattutto noi stesse. Non dico che sia facile, perché mentirei; non è facile per niente, però non è nemmeno impossibile.
Ah! ovviamente, per la frase
sono in ufficio mi prendono tutti molto in giro. Ma almeno mi lasciano lavorare in pace.