giovedì 18 febbraio 2010

Mamma e papà

Se apprendista papà dice a figlia professionista:

  • Amore, me lo dai un bacio? Parto. Vado a un congresso. Torno domani, quindi questa sera non ci vediamo.
Lei gli salta in braccio, lo bacia, gli punta l’indice contro e dice:
  • Torna presto però!
Poi si rimette, tranquilla, a costruire il castello di Biancaneve.


Se, invece, apprendista mamma le dice:

  • Amore, vado a fare una doccia. Torno tra cinque minuti. Tu intanto gioca con la zia.
Lei, con sguardo molto più che arrabbiato, comincia a urlare:
  • NOOOOOOOOOOOO. STAI QUA!

Poi, apprendista mamma va a fare la doccia e, per tutto il tempo, che a quel punto dura anche un po’ meno di cinque minuti, sente bussare alla porta e urlare:

  • MAMMAAAAAAA, MAMMAAAAAAAAA, MAAAAAAAMMAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!

martedì 16 febbraio 2010

Giovedì grasso

Giovedì scorso, al nido, c’è stata la festa di Carnevale. I bambini, ovviamente, erano tutti meravigliosi. Anche il personale era mascherato e le educatrici erano stupende nei loro costumi variopinti e, soprattutto, nella loro ironia.

Ma... avete notato che noi adulti quando ci travestiamo scegliamo sempre un costume particolarmente adatto alla nostra personalità? Come se nel travestimento trovassimo la libertà di essere finalmente e pienamente noi stessi.

Io, da bambina, ho sempre sognato un costume da odalisca. Da grande non ve lo dico come mi piacerebbe travestirmi: svelerei troppo di me stessa.

mercoledì 10 febbraio 2010

Misteri misteriosi

-Amore, perché hai imbrattato tutto il castello di costruzioni con i colori a cera?
-Fatto murales
-Eeeeeeeeh????

Non scoprirò mai dove e da chi ha imparato cosa sono i murales.

lunedì 8 febbraio 2010

Festa in maschera

Sabato siamo state alla prima festa in maschera di figlia professionista.

Adoro il Carnevale e adoro il travestimento. Uno dei momenti più divertenti della mia vita è stato quando io e il mio amico GCB abbiamo noleggiato due meravigliosi costumi settecenteschi e ce ne siamo andati a mangiare una pizza a Trastevere (all’epoca vivevo a Roma): gli abiti troppo ingombranti per stare in una Seicento, la faccia stupita della gente quando siamo entrati nel ristorante (eppure eravamo in pieno Carnevale), i gesti abituali resi insoliti dai volumi dei vestiti ... E se adesso mi mettessi a raccontare tutte le mie avventure carnevalesche non la finirei più, quindi meglio metterci un punto.

Che spasso preparare figlia professionista per la festa. Io e mia cognata, nei giorni precedenti all'evento, avevamo tirato fuori dal baule dei travestimenti alcuni costumi (non troppo originali per la verità) per provarglieli con grande divertimento di tutte e tre. Ballerina no, perché il tutù era troppo voluminoso e le avrebbe impedito di muoversi agilmente e di giocare; Biancaneve e Gitana no perché erano almeno un paio di taglie troppo grandi; orsetto nemmeno (anche se era il suo preferito perché “così spavento tutti”), con tutto quel pelo lo trovavo poco adatto a una festa al chiuso; Po dei Teletubbies da escludere per lo stesso motivo: troppo caldo. E così alla fine abbiamo scelto un delizioso costume da Minnie, con tanto di sottogonna in tulle, coda e culottine di raso bianco.

Alla festa, poi, si è divertita moltissimo, e la sera, tornata a casa, voleva andare a letto travestita da Minnie. A me invece era venuta voglia di trasformare la casa nel Mickey Mouse Club House.

Giovedì si replica. Nuova festa, vecchio travestimento.

giovedì 4 febbraio 2010

Catarsi

Questo è un post che ho in testa da giorni, ma poi la bronchite di Ludovica, la gita a casa di mia madre per il suo compleanno, il lavoro, eccetera eccetera, mi hanno impedito di scrivere. Ce l’ho in testa dal giorno in cui siamo andate a ritirare il DVD della recita di Natale al nido. Non pensavo che si potesse realizzare uno spettacolino con bambini dell’età massima di due anni e mezzo, e invece mi sbagliavo. Il punto, però, non è questo. Sono stata travolta dall’entusiasmo con cui Ludovica ha partecipato alla recita, dall’orgoglio con cui ha mostrato il filmato ai nonni e agli zii, dalla gioia che aveva negli occhi ripetendo le canzoncine mentre guardavamo con lei il DVD. Lo so, sono tutte cose scontate ma, ancora una volta, il punto non è questo. Il punto è che se per lei è stata un’esperienza bellissima, per me è stata una catarsi.

Ho sempre odiato il Natale e soprattutto il giorno della recita scolastica. No, non è vero, non sempre, lo odio solo dal Natale dei miei 8 anni. Dal giorno in cui, durante la recita natalizia, qualcuno mi ha detto che i miei genitori non erano presenti perché mio padre era morto. Sì: proprio durante la recita; deve essere stato uno dei miei compagni di classe, non ricordo bene; ho rimosso molto di quei giorni. Di quei giorni in cui la mia infanzia ha smesso di essere un parco giochi per trasformarsi in un percorso verso l’elaborazione del lutto.
Ebbene, adesso, grazie a mia figlia, quel lutto l’ho finalmente elaborato. Ho deciso di farmi travolgere dalla sua contentezza e di guardare al Natale e alla vita con i suoi occhi. Proiettata verso il futuro e non ripiegata sul passato. Voglio pensare a quello che sarà e non piangere più su quello che è stato.

Perché un figlio è anche questo. Una speranza. Un concentrato di entusiasmo. Uno sguardo verso il futuro. La possibilità di leggere la storia della propria vita da un altro punto di vista.

giovedì 7 gennaio 2010

Tra Babbo Natale e la Befana: troppi regali

Le feste finalmente sono finite, ma prima di tornare alla normalità mi viene spontaneo fare una riflessione sulla quantità esagerata di regali ricevuti da Ludovica.

Tra Babbo Natale e la Befana ha avuto
- un pianoforte rosa, a coda, con tanto di sgabello, leggio, spartito, microfono e cuffia;
- una bambola normodotata;
- una barbie;
- il DVD di Biancaneve e i sette nani;
- Biancaneve e i sette nani;
- il DVD di Pinocchio;
- un piccolo pinocchio di legno;
- un aspirapolvere finto che però aspira davvero;
- una radio vera;
- un sacchetto di costruzioni da 150 pezzi;
- un pigiama di Biancaneve;
- un pigiama qualunque;
- un collant di Cenerentola;
- una scatola di colori glitterati delle principesse Disney;
- una tuta rossa;
- una tuta rosa e blu;
- una felpa lilla;
- un abito fucsia;
- un ComputerKid, ovvero un gioco interattivo parlante con la vera voce di Winnie the Pooh;
- un set di biancheria di Winnie the Pooh;
- un Babbo Natale che canta e balla;
- un enorme angioletto silenzioso;
- un tappeto musicale;
- un gioco interattivo per imparare a leggere l’orologio;
- un piccolo peluche;
- il libro di Alice nel paese delle meraviglie
e, infine, dalle varie calze della Befana: 15 ovetti, 12 pupazzetti e 27 monetine di cioccolato; 41 barrette kinder; una quarantina di caramelline, confettini, cioccolatini di ogni foggia e sostanza; 3 lecca lecca; qualche carboncino di marzapane; un portachiavi di Hello Kitty; una manciata di mandorle zuccherate; un fischietto.

E sicuramente avrò dimenticato qualcosa.

Non vi sembra un po’ troppo? Per una bambina di 22 mesi?

Voglio dunque rivolgere qualche parola a parenti e amici: che la amate noi lo sappiamo e il vostro affetto ci scalda il cuore. Ludovica è una bambina entusiasta che apprezza anche un paio di collant o una caramella. Tutte le volte che riceve un regalo, anche piccolo piccolo, esclama “com’è bello!”. Tutte le volte che in casa compare un oggetto nuovo, dice a gran voce “guarda che carino!”. Ecco, il nostro desiderio di genitori è che mantenga sempre quest’entusiasmo, perché è stupendo. Il nostro timore, invece, è che se continuerà a essere sommersa di doni perderà la capacità di godere delle piccole cose e acquisterà la pessima abitudine di dare tutto per scontato. Quindi, io, per prima, da oggi, sarò più morigerata; vi prego, fatelo pure voi. Anche perché in casa non c'è più spazio per niente.

venerdì 11 dicembre 2009

Caro Babbo Natale, vorrei una bambola che non sappia fare niente

Da qualche giorno sono in giro per negozi a cercare una bella strenna di Natale per Ludovica. All’inizio avevo pensato a Cicciobello. Forse perché ho ancora nostalgia del mio che fece una brutta fine. Mia nonna, maniaca della pulizia, un giorno lo smontò tutto e lo mise in lavatrice. Non ci fu più verso di dargli sembianze bambolesche e a nessuno venne in mente di comprarmene un altro. Mi sono chiesta spesso: era proprio necessario smontarlo? Non si poteva mettere in lavatrice tutto intero? Forse si sarebbe salvato.

E così, alla ricerca di un cicciobello qualsiasi, mi sono avventurata per negozi di giocattoli e centri commerciali. Ho trovato di tutto: bambole e bambolotti che mangiano e bevono, si ammalano e guariscono, gattonano, camminano, cantano, ballano, piangono, sognano (no, forse quello no), bambole allattate al seno (giuro che esistono), bambole che fanno pipì e persino popò.

Ma dove vendono le bambole normali? Quelle che non fanno niente. Avrei voluto trovarne una con la faccia simpatica, qualche lentiggine e le trecce di lana; un vestito carino e svolazzante, magari fucsia o rosso, il corpo di pezza e le guance rosee. Una bambola con cui Ludovica possa giocare inventandosi le situazioni di volta in volta, senza essere condizionata dall’intraprendenza della pupazza. Perché il protagonista deve essere il bambino, non il giocattolo. Altrimenti dove va a finire la fantasia?

Alla fine, per la cronaca, ho rinuciato alla bambola e ho comprato un’enorme confezione di costruzioni. È bella la parola co-stru-zio-ne.

martedì 1 dicembre 2009

Quand’è che si forma il gusto per l’abbigliamento?

Da circa una decina di giorni, figlia professionista vuole indossare solo abbigliamento di colore rosso e fucsia, con qualche incursione nel rosa. Tutto il resto, semplicemente, lo schifa. Di recente, inoltre, le è sbocciata una grande e incontenibile passione per le gonnelline svolazzanti.

Onestamente non pensavo che una ventunomesenne avesse un gusto per l’abbigliamento così ben definito. Mi illudevo che avrei cominciato ad avere questo tipo di “problema” non prima dei dieci anni.

venerdì 27 novembre 2009

Ma i libri non dovrebbero essere uno strumento per imparare?

Ieri, con l’intenzione di trovare uno strumento che mi aiutasse a spiegare il Natale a figlia professionista, l’ho portata in libreria. Cercavo un libro su Babbo Natale e uno sulla natività. Entrambe siamo letteralmente impazzite per la varietà dell’offerta e alla fine abbiamo scelto due libri sagomati, cartonati, coloratissimi.
Molto soddisfatte dei nostri acquisti siamo tornate a casa.
- Mamma, leggi!
- Leggo
Leggo? Leggo e realizzo che i testi non sono all’altezza del progetto grafico. Che peccato. Eppure l'autore è uno di quelli conosciuti, il cui nome dovrebbe essere una garanzia.
Non rivelerò titoli, né autore, né tanto meno la casa editrice. Non è mia intenzione fare pubblicità negativa a nessuno. Vorrei semplicemente offrire uno spunto di riflessione: ma i libri non dovrebbero servire per imparare?

Ecco, se i libri servono per imparare, allora cerchiamo di spiegare ai bambini che
- i Re Magi non portano i doni a Gesù la notte in cui nasce, glieli portano dopo qualche giorno, e precisamente il 6 gennaio;
- Ok, Ok, se siete bambini dai 2 ai 4 anni (il target dei libri di cui sto parlando) non sapete ancora leggere, ma vorrei comunque dirvi che il punto esclamativo non va messo a caso e andrebbe usato con moderazione (e questo non lo dico io che non sono nessuno, lo dice Umberto Eco);
- la letterina a Babbo Natale, infine, sarà meglio scriverla un po’ prima della sera del 24 dicembre. Generalmente, la notte della vigilia è il momento della consegna. Babbo Natale, tra il 24 e il 25 dicembre, è dunque in giro per il mondo, non nella sua fabbrica a produrre giocattoli, e tanto meno a leggere lettere.

Mi sono chiesta: perché questi due libricini sono tanto curati nell’aspetto grafico, cioè nella forma, e non troppo curati nel testo, ossia nella sostanza? Perché è la forma che fa vendere e, infatti, con me, l’editore ha raggiunto il suo scopo: di libri ne ha venduti due.

martedì 17 novembre 2009

Un caso clinico che mi ha molto colpita

Sul blog di testi medici, ho appena pubblicato il caso clinico di una bambina che è stata portata al pronto soccorso per aver ingerito una pila. Caso clinico che mi ha colpita particolamente perché ho sempre paura che mia figlia metta in bocca la cosa sbagliata.
Sono sempre estremamente attenta agli oggetti che maneggia e le compro solo giocattoli adatti alla sua età. A volte però capita che le regalino giochi per lei molto attraenti che però non vanno bene perché hanno piccole parti che possono essere ingerite o addirittura inalate. Quant'è difficile poi distrarla e far sparire quei giochi dalla circolazione.

venerdì 13 novembre 2009

In stand by

Cervello fritto, cervello fuso, cervello alla piastra. Testa vuota. Neuroni assenti, neuroni immobili, neuroni in sciopero. Testa vuota. Chiuso per ferie, chiuso per sonno arretrato, chiuso anche un po’ per rabbia. Testa vuota.

Oggi mi sento così e voglio restare in stand by.

Per favore, non accendetemi.

mercoledì 11 novembre 2009

Pandemia A/H1N1: un video della Società Italiana di Pediatria

Stamattina ho guardato questo podcast sul sito della Società Italiana di Pediatria, in cui diversi pediatri cercano di rispondere ad alcune delle domande più frequenti che noi genitori ci poniamo in questi giorni sulla nuova influenza da virus A/H1N1.

Come prevenirla? Chi deve vaccinarsi? Quando tempo devono restare a casa i bambini colpiti dall'influenza A? Quali sono i sintomi più frequenti? E le complicanze? Quali farmaci somministrare?

Per la cronaca: io figlia professionista l'ho vaccinata contro l'influenza stagionale, ma non contro l'A/H1N1. L'ho vaccinata, per provare a proteggerla dal contagio contemporaneo dei due virus, solo perché il suo papà fa il medico in un reparto di pneumologia che è stato "dedicato" ai pazienti affetti da influenza A, ricoverati per complicanze respiratorie.

Ancora per la cronaca: attualmente i pazienti ricoverati per complicanze respiratorie dovute all'influenza A/H1N1 nella mia città sono: uno. E si tratta comunque di un ragazzo con patologia cronica pregressa.

martedì 3 novembre 2009

Mamma e freelance: certi giorni è quasi da piangere

Metti un lunedì mattina come tanti. Sveglia alle 7.30. Non hai dormito molto, ma tanto ormai ci sei abituata a quei 5/10 risvegli notturni. Tuo marito è già andato a lavorare, e tu prepari la colazione e poi vai a svegliare tua figlia. Ti accorgi che scotta, ha la febbre. Oddioforseèl’influenza. Niente nido. Chiami i nonni. Pure i nonni sono a letto con la febbre. Niente nonni. E adesso come si fa? Hai un lavoro da consegnare domani. Sta per cominciare una settimana da incubo.

Era lunedì della scorsa settimana. Solo oggi sono uscita dall’incubo. Ancora mi chiedo come ho fatto in questi dieci giorni a consegnare tre traduzioni, imparare a usare un nuovo software, avviare una collaborazione con un nuovo cliente, cucinare, lavare, stirare, rassettare, ripulire, respirare.

giovedì 22 ottobre 2009

Cambio di guardaroba

Ieri sera, mentre riorganizzavo gli armadi per il cambio di stagione, riflettevo su quanto è cambiata la mia vita dopo la nascita di Ludovica.

Prendiamo il mio guardaroba, per esempio; prima di diventare mamma i pezzi forti erano:
  • i jeans;
  • qualche abitino corto al punto giusto e scollato al punto giusto per le uscite serali;
  • tanga e push-up rigorosamente coordinati;
  • gli stivali con il tacco dieci per l’inverno, e il sandalo con il tacco dieci per l’estate (vabè dai, facciamo tacco 7);
  • il cappotto all’ultima moda;
  • qualche tailler carino per gli appuntamenti di lavoro.
I pezzi forti adesso, invece, sono:
  • i jeans;
  • qualche tuta sformata al punto giusto per le serate in casa;
  • slip e un reggiseno qualsiasi, rigorosamente pescati a caso nel cassetto della biancheria;
  • le scarpe sportive con il tacco zero per l’inverno, e le infradito con il tacco -1 per l’estate;
  • il cappotto all’ultima moda del 2007 (anno in cui sono rimasta incinta);
  • quello che capita, purché sia decente, per gli appuntamenti di lavoro.
Della mia vecchia vita ci sono dunque rimasti solo i jeans.

sabato 17 ottobre 2009

Mamma e freelance: è difficile ma si può

Lavorare come freelance presenta indubbiamente alcuni vantaggi:
  • essere il capo di se stesse;
  • avere orari (più o meno) flessibili.

Quando ufficio e casa coincidono, possiamo aggiungere alla lista anche
  • la riduzione a zero dei tempi per raggiungere il posto di lavoro, il che ci risparmia lunghe code imbottigliate nel traffico, o, in alternativa il dover correre a prendere treni o autobus cronicamente in ritardo e superaffollati;
  • la possibilità di starserne davanti al pc in tuta e scarpe da ginnastica, senza un filo di trucco e con i capelli non proprio impeccabilmente pettinati (sì; lo so, l’immagine è agghiacciante, ma giuro che cerco di essere presentabile).

Purtroppo, però, gli svantaggi sono di più. Potrei fare una lista infinita, ma non è necessario perché sono tutti riconducibili al dio di tutte le difficoltà: essere prese sul serio.
Se poi per lavoro scrivi (o traduci, che poi è più meno la stessa cosa di scrivere) le difficoltà aumentano e spesso nella testa delle persone che mi circondano leggo: Ma perché è un lavoro scrivere? Sì; e poi ancora sì.

É stata proprio Wonderland, con questo suo post, a spingermi a raccontare la mia esperienza. Perché lavorare come freelance e essere presa sul serio si può. Tra mille difficoltà, ma si può. Anche se l’unica possibilità è farlo da casa perché non ci si può permettere un ufficio o perché si vive in un posto in cui l’office sharing ha la stessa possibilità di esistere di un UFO.

Ho ricominciato a lavorare quando figlia professionista aveva tre mesi e all’inizio la mia giornata tipo era più o meno quella che descrive Wonderland. Poi, però, vuoi per la rabbia, vuoi per spirito di sopravvivenza, ho messo le cose in chiaro, guadagnandomi spazio e rispetto.
Mi sono decisa a iscrivere la bimba al nido, tra sensi di colpa e voglia di lasciare il lavoro, e le cose pian piano sono migliorate. Dalle 8.30 alle 13.00 io lavoro, cascasse il mondo, lavoro. E lavoro anche nel pomeriggio, durante il sonnellino di figlia professionista.
Quando accendo il pc, che si trova in una zona "riservata" del soggiorno, il resto del mondo lo lascio fuori. Se, per esempio, mio marito mi chiama per chiedermi: Cara, puoi chiamare l'idraulico? Rispondo: Non posso sono in ufficio. Se mi telefona mia madre perché vuole illustrarmi l’ultima ricetta della torta alle pere rispondo: Non posso parlare adesso, sono in ufficio. E sono in ufficio anche se il cesto della biancheria deborda; se il pavimento della cucina è sporco; se manca il pane. Tutte queste cose le rimando al tardo pomeriggio, alla sera, o a quelle giornate in cui il lavoro scarseggia.

Certo, quando invece le cartelle da redazionare o tradurre aumentano, e le circa 6/7 ore al giorno che in genere dedico al lavoro non mi bastano, oppure se la bimba si ammala, le cose si complicano notevolmente, ma con un po’ di organizzazione, tanta pazienza e qualche inevitabile momento di nervosismo, ci si riesce.

Il punto, penso, è che per risultare credibili agli altri, dobbiamo crederci soprattutto noi stesse. Non dico che sia facile, perché mentirei; non è facile per niente, però non è nemmeno impossibile.

Ah! ovviamente, per la frase sono in ufficio mi prendono tutti molto in giro. Ma almeno mi lasciano lavorare in pace.

venerdì 16 ottobre 2009

Disallattamento lento

Dopo il post sull’allattamento a oltranza di qualche giorno fa, ecco un post sul dis-allattamento lento. Se non si era ancora capito, la questione del come smettere di allattare ultimamente è il mio chiodo fisso.

Ho deciso di tentare la strada del dis-allattamento lento. Non so dove mi porterà questo percorso (probabilmente alla follia, o alla morte lenta per privazione del sonno), ma da qualche parte mi porterà. Forse.

Il mio metodo consiste nel distrarla con qualche gioco interessante quando le viene voglia di ciucciare. Di giorno funziona abbastanza bene, ma la notte è più difficile. È proprio invece quasi impossibile quando sente il bisogno di consolarsi o quando ha molto sonno.

Ieri, però, ho ottenuto il primo vero risultato. Quello più concreto. Ho portato figlia professionista a fare il vaccino antimeningococcico. Quando siamo uscite dall’ambulatorio piangeva e si lamentava per il dolore della puntura. Cercava conforto e, di conseguenza, cercava la tetta. Quando però le ho detto: tesoro, sai cosa facciamo? Adesso andiamo in quella bellissima pasticceria e compriamo un cioccolatino. Si è calmata. Non ci crederete ma è bastato un cioccolatino (che poi in realtà ha ciucciato solo per metà) per consolarla e per farle dimenticare la tetta e i capricci...

mercoledì 14 ottobre 2009

Biblioteca per giovani lettori. Omaggio a mia nonna.

Il primo libro che ho letto è stato Pinocchio. Non ricordo più quanti anni avevo, ma deve essere stato all’incirca verso la seconda elementare. Ricordo però perfettamente la meraviglia, la sensazione di essere grande (avevo letto un intero libro, tutto da sola!) e il piacere che ho provato tra le pagine della fantastica edizione illustrata che mi aveva regalato mia nonna.
Sì: mia nonna. Classe 1909; titolo di studio seconda elementare; le mani nodose da contadina e due guerre mondiali alle spalle; è stata proprio lei a introdurmi al piacere della lettura. Lei che leggeva ad alta voce le novelle di Verga, accanto al camino acceso, coperta con la sua mantellina azzurra, proprio come le nonne dell’immaginario fiabesco e un po’ anche come le fate. Lei che mi ha sempre raccontato tanto, anche di se stessa, e che ha saputo regalarmi le letture giuste, a partire da Pinocchio.
Quel piacere della lettura, che ho incontrato da bambina, non mi ha mai più abbandonata. E mi auguro che anche mia figlia lo sperimenti il più presto possibile.

Ecco, dunque, il mio personalissimo elenco dei libri che non dovrebbero mancare nella biblioteca del giovane lettore. Perché per appassionarsi alla lettura quando si è bambini o adolescenti forse serve anche fare gli incontri giusti.
Sono solo i primi titoli che mi sono venuti in mente, chi vuole aggiungerne altri?

Le avventure di Pinocchio, di Carlo Collodi, prima di tutto
Il piccolo principe, di Antoine de Saint-Exupèry
Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carroll
I viaggi di Gulliver, di Jonathan Swift
Anna dai capelli rossi, di Lucy Maud Montgomery
Pippi calzelunghe, di Astrid Lindgren
Il mago di Oz, di Lyman Frank Baum
Alle sette del mattino il mondo è ancora in ordine, di Eric Malpass
Lo strano caso del Dottoe Jeckyll e Mr. Hyde, di Robert L. Stevenson
E perché no, la saga di Harry Potter, che ha appassionato tanti giovani lettori

Sul piacere della lettura da piccoli, andatevi a leggere anche questo
post di Raperonzolo.

lunedì 12 ottobre 2009

All'uscita del nido

Tra mamme che si conoscono appena...

- Ciaoooooooo, ma com’è cresciuta!
- Ciao, anche la tua è cresciuta.
- Guarda come sorride! Ma quanti denti ha?! La mia ne ha ancora pochi...
- Ce li ha quasi tutti, sta mettendo i molari.
- È bella in carne. Mangia, eh?
- Sì, abbastanza.
- La mia, invece, non ne vuole proprio sapere. Vuole sempre e solo latte e biscotti.
- La mia, invece, il latte non lo beve quasi mai.
- Senti, ma tu le hai fatte tutte le vaccinazioni?
- Non ancora, mi manca l'epatite A, ma forse non la facciamo.
- Io, invece, non ho fatto nemmeno la trivalente. Non so se farla. Tu che dici?
- Noi l’abbiamo fatta. Veramente abbiamo optato per la quadrivalente, quella con anche la varicella.
- E come è andata?
- Ha avuto febbre molto altra per 5 giorni. Ci siamo un po’ spaventati, ma poi il pediatra ci ha detto che capita.
- Glielo fai il vaccino per l’influenza suina?
- Non so, dipende da quello che ci consiglia il pediatra.
- Io quello glielo faccio sicuro, ho troppa paura di questa nuova influenza.
- Capisco.
- Forse è meglio se ci spostiamo. Qui c’è troppo sole.
- Sì, è vero c’è parecchio sole, però è piacevole, finché dura... Noi comunque andiamo. È ora del riposino pomeridiano.
- Dorme il pomeriggio?
- Sì; un paio d’ore.
- Beata te.
- Sì; beata me...

mercoledì 7 ottobre 2009

Allattamento a oltranza

Oggi faccio outing: allatto ancora al seno una bambina di 19 mesi. No, non sono una sostenitrice dell’allattamento a oltranza. Semplicemente, non so come smettere. Secondo i miei progetti avrei dovuto allattare fino a 12, massimo 15 mesi, e invece siamo quasi a 20. Sìsì, lo so, qualcuna mi dirà: tranquilla, non conosco ragazzi di 18 anni allattati al seno, quindi prima o poi smettono da soli. Io, però, conosco bambini di 4 anni che ancora vogliono poppare e non voglio che sia questo il nostro destino. Sì, nostro, mio e di mia figlia, perché ormai credo che non sia troppo un bene nemmeno per lei. Credo che fino a 12 mesi l’allattamento al seno sia il regalo più bello che una madre può fare al proprio bambino, e spesso anche a se stessa, ma adesso figlia professionista ha bisogno di abituarsi a dormire senza sentire la necessità di avere la tetta della mamma a disposizione, ha bisogno di imparare a consolarsi in un modo diverso, insomma ha bisogno di altro. E però la tetta le piace veramente tanto: è la sua merenda preferita, il suo sonnifero, il suo calmante, l’unico alimento e l’unica bevanda che accetta quando non si sente molto bene.

Ho la prolattina a palla, sono stanchissima e sempre più nervosa, ma non trovo una soluzione. Non credo nell’autosvezzamento. Cioè, è evidente che prima o poi smettono, ma vorrei non arrivare oltre i 2 anni. Ci ho pure provato. Ho provato con la dialettica, che in tutte le cose è da sempre il mio metodo preferito, ma se provo a dirle
Amore, non è più il caso di ciucciare, sei una bambina grande ormai. I bambini grandi non bevono il latte della mamma, bevono quella della mucca, e nel latte della mucca ci possiamo mettere pure il cacao, che ti piace tanto, e ci puoi inzuppare i biscotti, quelli buoni buoni.
Mi risponde
Latte mamma buono. Latte mucca piace no.
E io non resisto e cedo. Cedo e anche se mi sono ripromessa di non darglielo più la lascio mammare, almeno un po’... E poi ancora un po’, e un altro pochino... fino allo sfinimento. Mio.
Qualche volta ho provato a non cedere, e a continuare con la dialettica, con il risultato di urla disperate, fiumi di lacrime, insonnia a gogò e notti trascorse sul divano a guardare i Teletubbies.
Ho poi provato con un metodo un tantino più brutale. E un po’ me ne vergogno. Ma me lo aveva consigliato persino il pediatra, quindi mi sono detta non le farà male. Mi riferisco al metodo infallibile del miele e sale, che però con noi ha fallito e ci è costato moltissimo in termini di stress, sensi di colpa (miei ovviamente), vari ed eventuali altri sentimenti negativi. Insomma, dopo due giorni di sofferenza reciproca, figlia professionista è tornata alla carica, e nemmeno il disgusto di quel sapore l’ha fermata. Ma forse è colpa mia, forse non sono stata sufficientemente determinata.

Di metodi me sono stati consigliati altri, che dividerei in tre categorie: del disgusto, dello schifo, e del’incarcerazione del capezzolo. Del metodo del disgusto, oltre a quello infallibile del miele e sale (che pare essere il più infallibile in assoluto, oltre che il meno schifoso) fanno parte il metodo dell’aceto e quello del peperoncino (che mi fa inorridire al solo pensiero); il metodo dello schifo consiste nello sporcare il seno con qualcosa, per esempio con una matita per il trucco; mentre il metodo dell’incarcerazione del capezzolo prevede che vi si applichino dei cerotti.

Vi prego, se qualcuna ha avuto la pazienza di leggermi fino in fondo, e ha un esperienza simile, può consigliarmi un metodo alternativo? Voi, come avete fatto? E poi vi prego, ditemi che non sono l’unica mamma incapace di dis-allattare.

Infine, a tutte le mamme che hanno allattato oltre i 4 anni, a quelle che hanno usato i metodi di dis-allattamento che ho elencato, dico che voi avete fatto bene così, perché sentivate che era giusto. Le riflessioni fatte in questo post valgono solo per me. Perché di una cosa sono convinta: ogni mamma ha il sacrosanto diritto di decidere se e per quanto tempo allattare al seno i propri figli e di stabilire il metodo migliore per smettere.

venerdì 2 ottobre 2009

Top ten dell'odio

Le dieci cose che figlia professionista odia di più al mondo sono
- le zanzare, che chiama “queste maledette”
- il seggiolino dell’auto
- il passeggino
- le pappe senza formaggio
- il lupo che vuole mangiare i tre porcellini
- la noia
- gli estranei
- il silenzio
- il verbo dormire
- il momento in cui varchiamo la soglia del nido.